Il progresso tecnologico cambia le nostre abitudini prima ancora dei nostri dispositivi. L’intelligenza artificiale rende evidente questa trasformazione: possiamo scegliere quando e come usarla, ma ignorarne l’esistenza non ci aiuta a comprenderne gli effetti. Per me la risposta passa da formazione, regole e possibilità di scelta.

Questa riflessione nasce da una conversazione con un amico, nel 2024. Parlando delle nuove tecnologie, mi ha colpito il suo desiderio di fermare il cambiamento, di conservare un mondo informatico già conosciuto. Da lì mi sono chiesto che cosa significhi davvero adattarsi: accettare ogni novità oppure imparare a valutarla?

Non usare una tecnologia resta una scelta legittima

Nel video parto dalla diffusione di ChatGPT, Gemini e Copilot. Una volta che strumenti di questo tipo entrano nel dibattito pubblico e nelle attività quotidiane, diventa difficile ragionare sul futuro dell’informatica fingendo che non esistano.

Questo non significa che ogni persona debba adottarli. Si può rifiutare un servizio perché non serve, perché costa troppo o perché non convince il modo in cui tratta i dati. Si può anche rimandare una decisione finché non si hanno informazioni sufficienti.

La distinzione che mi interessa è tra scegliere consapevolmente e rifiutare di conoscere. Nel primo caso esercitiamo un controllo. Nel secondo rischiamo di dipendere dalle decisioni altrui senza avere gli strumenti per discuterle.

Quando nel video dico che il progresso non si può fermare, esprimo una convinzione sul cambiamento nel suo insieme. Non intendo attribuire a ogni prodotto un destino inevitabile: singole tecnologie possono fallire, essere modificate o trovare limiti giustificati.

Regolare l’innovazione significa incidere sul suo sviluppo

Un esempio che richiamo è il blocco temporaneo di ChatGPT in Italia nel 2023. Il riferimento preciso è alla limitazione provvisoria del trattamento dei dati degli utenti italiani disposta dal Garante per la protezione dei dati personali. Non fu un “ban del GDPR” applicato da un’entità chiamata GDPR, né un divieto generale europeo dell’intelligenza artificiale. Il GDPR è il regolamento entro cui opera anche l’autorità italiana. Il comunicato del Garante del 31 marzo 2023 chiarisce l’oggetto dell’intervento.

Nel video considero positivamente il fatto che un’autorità si occupi di un servizio nuovo e molto diffuso. La mia posizione non è che ogni restrizione sia sbagliata: penso che innovazione e tutela delle persone debbano procedere insieme.

La diffusione di una tecnologia non rende inutili le regole. Al contrario, aumenta la necessità di chiarire responsabilità, condizioni d’uso e protezioni. Anche l’educazione conta, ma non può scaricare sugli utenti tutto il peso di un prodotto progettato male.

Deepfake: comprendere il rischio senza trasformarlo in fatalismo

Porto un esempio che mi riguarda direttamente come creatore di contenuti: una persona potrebbe usare materiali pubblici del canale per tentare di imitare la mia voce o il mio volto. Il timore è che un contenuto sintetico mi faccia apparire autore di qualcosa che non ho mai detto o fatto.

È uno scenario ipotetico, non il racconto di un attacco subito. Serve a rendere concreto il problema dell’impersonificazione: la presenza di una faccia familiare o di una voce riconoscibile non è, da sola, una prova di autenticità.

Prendere sul serio questo rischio non richiede di condannare indistintamente ogni applicazione dell’IA. Richiede di distinguere usi diversi, proteggere le persone coinvolte e sviluppare capacità di verifica. Le opportunità non cancellano i danni possibili; i danni possibili non rendono identici tutti gli strumenti.

Dalla televisione allo streaming: cambiano i modi di fruire i contenuti

Un altro passaggio della conversazione riguarda il rapporto tra generazioni e mezzi di comunicazione. Chi cresce guardando YouTube o servizi di streaming può avere abitudini diverse da chi ha conosciuto soprattutto la televisione tradizionale.

Non leggo questa differenza come una colpa. Un mezzo può parlare bene a un pubblico e meno a un altro. Il fatto che una persona scelga un video online non significa automaticamente che stia fruendo di un contenuto peggiore: contano ciò che guarda e il motivo per cui lo guarda.

La stessa apertura mentale vale per innovazioni più lontane dalle nostre abitudini. Nel video cito persino la stampa 3D del cibo, proprio perché può suscitare una reazione immediata di rifiuto. La curiosità utile comincia quando, dopo quella reazione, proviamo a capire che cosa faccia davvero la tecnologia e a quale problema risponda.

Gli appassionati delle novità non devono decidere per tutti

Le persone che sperimentano per prime possono contribuire a far emergere possibilità e problemi. Nel video richiamo gli early adopter, cioè chi tende ad avvicinarsi presto a un nuovo prodotto o servizio.

Apprezzo questa curiosità, ma provarlo per primi non rende automaticamente uno strumento maturo o adatto a ogni contesto. Una funzione comoda per un appassionato può essere poco accessibile a chi ha altri bisogni. E un risultato rapido prodotto dall’IA deve comunque essere controllato: delegare un’elaborazione non elimina la necessità di capirne i limiti.

Per questo immagino l’adattamento come un percorso, non come una gara ad aggiornarsi. Conoscere una novità, provarla su un’attività circoscritta e decidere se mantenerla è più utile che accettarla soltanto per paura di restare indietro.

Il vero problema è lasciare qualcuno senza alternative

L’esempio più quotidiano del video è una prenotazione alle poste: un’app può evitare una fila e semplificare un’operazione. Ma lo stesso passaggio diventa un ostacolo per chi non sa usare l’app, non possiede un dispositivo adeguato o incontra difficoltà di accessibilità.

Qui emerge il tema del divario digitale. Non basta presumere che i giovani sappiano già fare tutto o che le persone più anziane non possano imparare. Competenze, disponibilità economiche e possibilità di ricevere aiuto contano insieme all’età.

Vorrei una tecnologia accompagnata da spiegazioni comprensibili, assistenza e percorsi che non escludano chi sta imparando. Insegnare anche un’operazione informatica elementare può restituire autonomia a una persona; obbligarla a dipendere sempre da qualcuno può fare il contrario.

La domanda con cui lascio aperta questa riflessione è concreta: quale cambiamento ci renderebbe più autonomi, e quale supporto ci serve per affrontarlo? È da lì che, per me, comincia un rapporto più consapevole con il futuro informatico.