Possedere un computer non significa avere lo stesso controllo su ogni programma, account o servizio che utilizziamo. Hardware, licenze software e abbonamenti sono rapporti diversi. Nel mio percorso questa distinzione è diventata una ragione concreta per dare più spazio a Linux e al software libero.

Nel video che chiude la stagione 2023–2024 parto da una provocazione: “non siamo più proprietari di nulla”. Non è una descrizione letterale di ogni acquisto digitale. È il modo in cui esprimo il disagio per strumenti che continuiamo a pagare e usare senza poter decidere abbastanza sul loro funzionamento.

Che cosa compriamo quando paghiamo un servizio digitale?

Un computer acquistato, un’applicazione concessa in licenza e uno spazio cloud non sono la stessa cosa. Possiamo possedere il dispositivo, avere il diritto di usare un programma secondo determinate condizioni e sottoscrivere un servizio che rimane disponibile per la durata del rapporto.

Nel video cito piattaforme di intrattenimento, cloud e applicazioni in abbonamento come Canva. Il punto non è che sottoscrivere un abbonamento sia sempre sbagliato. Può essere una scelta sensata se sappiamo che cosa riceviamo e quali dipendenze accettiamo.

Ciò che mi infastidisce è l’ambiguità: pagare può darci la sensazione di avere acquisito un controllo duraturo, mentre alcune funzioni dipendono da un account, da un server o da un piano attivo.

Anche il confronto con il passato va precisato. Comprare un programma su un supporto fisico non trasferiva automaticamente il diritto d’autore sul codice né permetteva qualunque uso. Tuttavia, un software installabile e utilizzabile senza servizi esterni può offrire un’autonomia pratica diversa da un’applicazione che smette di funzionare senza il fornitore.

Videogiochi digitali e dipendenza dalla piattaforma

Porto l’esempio di Steam per descrivere una preoccupazione: che cosa succede alla mia libreria se perdo l’accesso all’account o se cambia radicalmente il servizio da cui dipende?

Il contratto di sottoscrizione di Steam distingue la concessione in licenza dei contenuti dalla vendita della loro proprietà. Questo aiuta a capire la natura del rapporto, ma non autorizza a prevedere con certezza che un’ipotetica chiusura della piattaforma renderebbe inutilizzabile ogni gioco in ogni situazione. Le dipendenze tecniche e le condizioni applicabili possono essere diverse.

Il mio obiettivo è spostare l’attenzione dalla sola presenza del pulsante di acquisto alla continuità di accesso. Posso usare il contenuto offline? Ho bisogno di un’autenticazione? Esiste un modo previsto dal fornitore per conservare i materiali che mi servono?

Non è neppure corretto affermare che uno store digitale non abbia obblighi nei confronti dei consumatori. La Commissione europea illustra le tutele sui contratti digitali, compresi rimedi per contenuti o servizi difettosi. Licenza non significa assenza di diritti; resta da valutare quanto controllo operativo offra il prodotto concreto.

Il fornitore del cloud non diventa proprietario di tutti i miei file

Nel video associo il cloud all’idea di usare risorse informatiche di qualcun altro. È un modo utile per ricordare che dietro una cartella sincronizzata c’è un’infrastruttura gestita da un soggetto esterno.

Da questo non segue però che il fornitore possa leggere sempre tutto o fare qualsiasi cosa con i dati. Accesso tecnico, crittografia, condizioni contrattuali e responsabilità sono aspetti distinti. Il fatto che il disco non sia fisicamente a casa mia non trasferisce automaticamente all’azienda la proprietà del mio lavoro.

La domanda che mi interessa è più pratica: quanto dipendo da quel servizio per aprire, modificare e portare altrove ciò che creo? Un’esportazione disponibile e comprensibile può fare una grande differenza. Una copia separata può evitare che il mio unico accesso ai documenti coincida con un solo account.

Perché scelgo di dare più spazio a Linux

Questa riflessione accompagna un cambiamento nell’uso quotidiano dei miei strumenti. Nel video descrivo il passaggio da un rapporto indicativo di 80% Linux e 20% altri sistemi a circa 95% e 5%. Sono mie stime personali di quel periodo, non misurazioni strumentali né dati sull’adozione di Linux in generale.

Racconto anche che prima aprivo Windows soprattutto per giocare, mentre in quel momento lo uso sempre più raramente. Mi sembra quindi naturale adeguare i contenuti del canale a ciò che faccio davvero.

Il software libero mi interessa per le possibilità di utilizzare, studiare, modificare e condividere i programmi secondo le rispettive licenze: sono le libertà descritte nella definizione del progetto GNU. Non significa diventare proprietario esclusivo del codice altrui; significa disporre di diritti che possono ridurre alcune dipendenze.

Non ne ricavo che ogni prodotto libero sia perfetto o che ogni prodotto proprietario sia inutilizzabile. Le funzioni, l’accessibilità e la sostenibilità di un flusso di lavoro restano importanti. La libertà è un criterio di scelta che voglio rendere più visibile, insieme agli altri.

Una direzione editoriale legata all’esperienza

L’annuncio del video riguarda anche il futuro del canale: più Linux, software libero, open source, informatica e programmazione. L’intelligenza artificiale e gli strumenti di produttività rimangono tra gli argomenti di interesse, ma voglio valutarli con maggiore attenzione all’autonomia delle persone.

Non prometto di non parlare mai più di Apple, Microsoft o software proprietario. Dico che sceglierò quando farlo in base all’utilità del contenuto e all’esperienza che posso portare.

Nel periodo di questa registrazione descrivo la creazione dei video come una passione, non come il mio lavoro, e le recensioni di cui parlo come non sponsorizzate. Questo contesto mi permette di selezionare ciò che desidero approfondire. Non è una dichiarazione automatica su qualunque collaborazione o attività futura.

Ribadisco inoltre una mia abitudine: usare a lungo uno strumento prima di decidere se meriti una recensione. Voglio evitare che l’uscita di un prodotto sia, da sola, sufficiente a riempire il calendario. Una notizia può essere raccontata come notizia; una valutazione d’uso deve poggiare su esperienza reale.

Capire il motivo delle scelte conta quanto conoscere le alternative

Non mi basta indicare un’applicazione diversa e chiedere di sostituirla a quella precedente. Vorrei spiegare perché una scelta tecnica incide sulla libertà, quali problemi risolve e quali compromessi lascia aperti.

È anche per questo che considero importanti i commenti: spesso aggiungono esperienze e obiezioni ai ragionamenti del video. In chiusura chiedo un riscontro proprio sulla direzione del canale e lascio aperta la possibilità di cambiare idea.

La domanda che desidero portare nei contenuti successivi è questa: stiamo scegliendo i nostri strumenti perché ci aiutano davvero, oppure continuiamo a usarli soltanto perché ci siamo abituati? Per me, cominciare a distinguerlo è già un passo verso una maggiore autonomia digitale.